Coaching

Non stai scegliendo una Scuola di Coaching. Stai scegliendo un formatore

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Quando valuti una Scuola di Coaching e devi scegliere il formatore giusto, guardi il programma, le ore di formazione, le certificazioni, il costo.

Sono anche i criteri meno importanti.

Quello che stai acquistando non è un programma. È un’opera intellettuale che ti viene trasferita da una persona specifica. Quella persona ha una storia, una formazione, delle convinzioni. Ha imparato il Coaching da qualcuno, che l’ha imparato da qualcun altro. E in ogni passaggio qualcosa si è modificato, si è aggiunto, si è perso.

Dimmi con chi ti sei formato e ti dirò cosa saprai fare. Questo è il vero criterio.

Il formatore porta con sé i propri bug. Sempre

Ogni formatore trasmette ai propri corsisti non solo un metodo ma anche le proprie convinzioni, le proprie interpretazioni e i propri errori di formazione. È inevitabile. È umano. Ma è un problema serio quando il formatore non ne è consapevole.

Ho visto nascere il Coaching strategico, il Coaching umanistico, il Coaching ontologico, il Coaching gestaltico. Ognuna di queste etichette racconta la stessa storia: un formatore che ha preso il metodo originale e ci ha aggiunto il proprio “secondo me”. Le sue convinzioni personali, i suoi valori, le sue riflessioni. E ha presentato quella versione modificata come un approccio più ricco, più completo, più evoluto.

Non lo è. È un bug travestito da valore aggiunto.

Il Coaching ha radici metodologiche precise. Non appartengono a nessun formatore. Appartengono al metodo. Un formatore che le rispetta insegna il Coaching. Un formatore che le modifica insegna sé stesso.

Il primo bug: insegnare gli standard senza capirne le fondamenta

Molti formatori pensano che gli standard di Coaching (quelli di A.Co.I. o di ICF) siano nati prima dei Coach e che i Coach debbano adeguarsi. Non è così.

Uno standard nasce dall’osservazione di una pratica che già esiste. Gli standard del Coaching sono stati costruiti osservando cosa facevano i Coach migliori. E chi conosce le fondamenta culturali del metodo riconosce dentro quegli standard l’impronta dei padri fondatori.

Faccio un esempio concreto. Tutti gli standard fanno partire una sessione di Coaching da un accordo di sessione. È una procedura chiara, codificata, insegnata in ogni corso. Ma un osservatore attento che conosce il modello GROW di John Whitmore riconosce dentro quell’accordo di sessione la struttura esatta del modello: qual è l’obiettivo, cosa lo rende significativo, dove vuole arrivare il Cliente.

Chi non conosce questa connessione esegue l’accordo di sessione come una procedura da rispettare. Una gabbia di processo. Non capisce cosa c’è dietro, non capisce perché esiste e non capisce dove deve portare. Risultato: diventa un esecutore tecnico. Non un Coach.

Questo è il bug più diffuso. E nasce direttamente dalla formazione ricevuta.

Il secondo bug: il “secondo me” che diventa metodo

È forse il bug più pericoloso. Perché è invisibile. Il formatore non sa di averlo. Lo spaccia come esperienza, come approccio personale, come valore aggiunto.

Il “Coaching secondo me” è il disconoscimento del metodo. Significa formare persone che faranno Coaching con le convinzioni personali del formatore, i suoi valori, le sue riflessioni. Non con il metodo. Con la versione che il formatore ha costruito nel tempo mischiando metodo e opinione.

Il Coaching ha una qualità fondamentale che lo distingue da qualsiasi altra pratica di sviluppo: la terzietà. Il Coach non porta il proprio punto di vista nella relazione. Non giudica, non consiglia, non orienta secondo i propri valori. Crea le condizioni perché il Cliente trovi la propria risposta.

Un formatore che aggiunge il proprio “secondo me” al metodo forma Coach che non sanno tenere questa distanza. Perché non l’hanno mai vista praticata. Ho descritto questa competenza in modo dettagliato parlando delle responsabilità del Coach professionista: la maieutica, l’ascolto, la capacità di creare spazio. Sono qualità che si apprendono solo da chi le pratica davvero.

Il terzo bug: la leggenda che cambia ad ogni passaggio

Immagina una storia tramandata oralmente di generazione in generazione. Ogni narratore aggiunge qualcosa, toglie qualcosa, interpreta qualcosa. Dopo dieci passaggi la storia finale è irriconoscibile rispetto a quella originale.

Nel Coaching succede esattamente questo.

Gli standard vengono spiegati e interpretati in modo diverso a Singapore rispetto a Chicago. Un formatore italiano che ha imparato da un formatore europeo che ha imparato da un formatore americano sta trasmettendo una versione del metodo già modificata tre volte. Senza saperlo. Con la convinzione di insegnare il Coaching originale.

Solo chi ha studiato il Coaching come ricercatore, con accesso diretto alle fonti e una visione internazionale, può accorgersi della distanza tra quello che viene insegnato oggi e quello che i fondatori del metodo avevano in mente. È una distanza che cresce ad ogni passaggio e che nessuna certificazione è in grado di misurare.

È un tema che ho affrontato anche parlando del problema di credibilità del Coaching italiano.

Come scegliere il formatore di Coaching giusto

Non si guarda il programma. Si guarda la storia del formatore.

Dove ha studiato. Con chi. In che anni. Se ha avuto accesso alle fonti originali del metodo o se ha imparato da qualcuno che aveva già costruito la propria versione. Se sa spiegare perché gli standard esistono oltre a come applicarli. Se distingue con precisione il metodo dalla propria interpretazione e mantiene quella distinzione in aula.

Un formatore che risponde a queste domande con chiarezza ha qualcosa di reale da trasmetterti. Uno che cambia argomento o si rifugia dietro le certificazioni sta proteggendo qualcosa.

Ho scritto le domande che farei io prima di iscrivermi a qualsiasi corso di Coaching. Aggiungo questa: chiedi al formatore dove ha studiato e cosa ha imparato da quella formazione che non avrebbe potuto imparare altrove. La risposta dice tutto.

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Tre domande sul formatore di Coaching

Perché il formatore è più importante della scuola di Coaching?

Quando scegli una scuola di Coaching non stai acquistando un programma didattico. Stai acquistando un’opera intellettuale che ti viene trasferita da una persona specifica. Quella persona porta con sé le proprie convinzioni, le proprie interpretazioni, i propri errori di formazione. Se il formatore non ha studiato il Coaching alle fonti originali, ti trasferirà una versione modificata del metodo senza sapere di farlo.

Cosa sono i bug nel Coaching?

I bug nel Coaching sono errori concettuali che si trasmettono di formatore in formatore come una leggenda che cambia ad ogni passaggio. I più comuni sono: insegnare gli standard senza spiegarne le fondamenta culturali, aggiungere interpretazioni personali al metodo presentandole come valore aggiunto, e trasmettere versioni degli standard già modificate dalla catena di formatori precedenti.

Come si riconosce un formatore di Coaching che ha studiato alle fonti?

Un formatore che ha studiato alle fonti sa spiegare perché gli standard esistono, non solo come applicarli. Sa collegare ogni elemento del metodo alle sue radici culturali e filosofiche. Non aggiunge “secondo me” al Coaching: conosce la differenza tra il metodo e la propria interpretazione e mantiene quella distinzione in modo rigoroso.

Chi vuole capire come si forma davvero un Coach professionista può leggere cosa ho imparato su apprendimento e formazione Coach.

Angelo Bonacci

Autore Angelo Bonacci

Fondatore di Prometeo Coaching. Mi occupo di formare Coach Professionisti dal 1997, anno in cui il mercato italiano del Coaching era ancora quasi inesistente. Ho partecipato al tavolo tecnico UNI per la stesura della Norma Tecnica 11601. I miei servizi sono Certificati in base alla Norma UNI 11601:2024. Sono Facilitatore Certificato Inner Game® e Master Practitioner PNL. Sono Autore di "Migliora la tua Vita!" pubblicato e distribuito dalla casa editrice FrancoAngeli.

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