Esiste una lista ufficiale delle responsabilità del Coach professionista. La norma UNI 11601 la dettaglia al punto 6.1. È un documento serio, scritto da persone competenti e vale la pena leggerlo.
Il problema è che quella lista descrive cosa deve fare un Coach. Non dice cosa manca a molti di quelli che ho incontrato e formato in quasi trent’anni.
Quello che manca non è nelle checklist. È nella qualità della presenza.
La prima responsabilità che viene ignorata: ascoltare davvero.
L’ascolto nel Coaching non è aspettare il proprio turno per parlare. Non è registrare le parole dell’altro per trovare un appiglio su cui costruire la sessione. È qualcosa di più esigente e più raro.
Un Coach che ascolta davvero sospende il proprio punto di vista. Non interpreta mentre il Cliente parla. Non prepara la risposta mentre il Cliente finisce la frase. Sta con quello che viene detto senza già sapere dove andrà.
È una competenza che si allena con centinaia di sessioni reali e che non si acquisisce in aula. L’ho scritto anche parlando di come si forma davvero un Coach professionista: la competenza non coincide con la formazione. L’ascolto profondo è uno degli esempi più chiari di questa distanza.
Nella mia esperienza la mancanza di ascolto è il segnale più precoce e più affidabile che un Coach non è ancora pronto. Non perché non sappia le tecniche. Ma perché è ancora troppo dentro sé stesso per stare davvero con l’altro.
La seconda responsabilità: creare spazio. Non occuparlo.
Creare spazio è forse il concetto più frainteso nel Coaching professionale.
Non significa fare silenzio. Non significa essere passivi. Significa costruire un contesto relazionale in cui il Cliente si senta libero di esplorare, di contraddirsi, di non sapere ancora e di scoprire nel processo.
Un Coach che riempie il silenzio perché lo trova scomodo non sta creando spazio. Lo sta occupando. Un Coach che guida la sessione verso conclusioni che ha già in mente non sta facilitando. Sta dirigendo.
La differenza è sottile ma decisiva. Il Cliente percepisce sempre quando lo spazio è autentico e quando è costruito. Quando è autentico si apre. Quando è costruito si adatta e quello che emerge non è il suo pensiero ma una versione di ciò che crede il Coach voglia sentirsi dire.
Questo è il contrario del Coaching. Ed è più comune di quanto si pensi.
La terza responsabilità: usare correttamente la maieutica.
La maieutica è il metodo di Socrate. Far emergere la conoscenza attraverso domande, non attraverso risposte. Nel Coaching questa è la competenza tecnica più profonda e quella più difficile da padroneggiare.
Un Coach che risponde invece di domandare sta facendo consulenza. Un Coach che consiglia invece di esplorare sta facendo mentoring. Un Coach che porta soluzioni invece di creare le condizioni perché il Cliente le trovi da solo non sta rispettando la responsabilità fondamentale del suo ruolo: lasciare autonomia e responsabilità al Cliente nell’implementazione dei propri piani d’azione.
La maieutica non è una tecnica che si applica. È un modo di stare nella relazione. Richiede la convinzione profonda che l’altro abbia già in sé le risorse per trovare la propria risposta. Un Coach che non ha questa convinzione tende sempre a intervenire, a correggere, a ottimizzare. E facendo così priva il Cliente dell’unica cosa che il Coaching può dare: la scoperta autonoma.
Ho descritto questa distinzione più in dettaglio in un articolo sul problema di credibilità del Coaching italiano. Il mercato non manca di persone che sanno parlare di Coaching. Manca di professionisti che sappiano praticarlo con questa profondità.
Responsabilità del Coach professionista: formato non significa pronto.
Ascolto profondo, capacità di creare spazio autentico e uso corretto della maieutica non si imparano leggendo un manuale. Si sviluppano nel tempo, attraverso la pratica supervisionata e una riflessione costante sulla propria presenza nella relazione.
È per questo che in Prometeo Coaching la formazione non finisce con il corso. La supervisione e l’affiancamento sono parte integrante del percorso. Non perché i contenuti teorici non bastino. Ma perché la distanza tra sapere cosa fare e saperlo fare è esattamente dove si gioca la qualità professionale di un Coach.
Le responsabilità del Coach professionista, quelle vere, vivono in quella distanza.



