Ho aspettato a lungo prima di scrivere questo articolo. Non perché non avessi le idee chiare: le ho chiare da anni. Ma certi argomenti, nel settore, si evitano. Fanno rumore. Creano conflitti. Ho deciso che non me ne importa più. Sono nel Coaching italiano dal 1997 e ho il dovere di dire quello che penso. Non per provocare. Per rispetto verso chi ha scelto questo mestiere con serietà, verso chi si avvicina al Coaching come cliente e verso un settore che continua a sprecare un potenziale enorme.
Il problema non è il Coaching. È chi lo pratica senza averlo studiato.
Partiamo da un dato di fatto: chiunque, domani mattina, può definirsi Coach in Italia. Non esiste un albo professionale, non esiste un esame di Stato, non esiste una barriera all’ingresso di nessun tipo. Il Coaching rientra tra le professioni non organizzate ai sensi della Legge 4/2013. Questo è un fatto normativo, non un’opinione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il mercato è inondato di persone che hanno frequentato un corso di tre giorni, a volte meno, e si presentano come coach professionisti. Hanno un sito, un profilo Instagram, una tariffa oraria. Mancano di formazione, di supervisione, di esperienza. Spesso mancano anche della consapevolezza dei propri limiti.
Questo non danneggia solo i clienti. Danneggia chi ha investito anni a formarsi sul serio. Danneggia la credibilità dell’intera categoria.
Ho visto il problema nascere. Dall’interno.
Non parlo per sentito dire. Nel 1997, quando ho fondato Prometeo Coaching, il mercato italiano del Coaching era ancora piccolo, quasi inesistente. C’era poca offerta ma quella poca era seria. Chi si avvicinava al Coaching lo faceva con rigore, perché non era di moda, non era facile e non prometteva guadagni rapidi.
Negli anni successivi è successa una cosa strana: il Coaching è diventato popolare. La popolarità, senza regole, produce degrado.
Ho visto moltiplicarsi le scuole improvvisate. Ho visto nascere certificazioni inventate da associazioni create apposta per rilasciarle. Ho visto il termine “coach” applicato a qualsiasi figura: coach nutrizionale, coach del successo, coach della felicità. Una parola che aveva un significato preciso è stata svuotata progressivamente di senso.
Nel 2015 ho partecipato al tavolo tecnico UNI che ha scritto la Norma Tecnica 11601, il primo tentativo serio di definire gli standard professionali del Coaching in Italia. È stato un lavoro importante. Ma una norma tecnica, da sola, non risolve il problema se il mercato non la conosce e non la richiede.
Il vero problema è culturale, non normativo.
Sarebbe comodo dare tutta la colpa all’assenza di regole. La verità è più scomoda.
Il Coaching è stato venduto per anni come una formula magica. Cambia vita in sei sessioni. Sblocca il tuo potenziale. Diventa la versione migliore di te stesso. Un linguaggio da marketing che ha poco a che fare con quello che il Coaching è davvero: un metodo rigoroso e faticoso, che richiede impegno da entrambe le parti e non garantisce nulla se non un processo serio di lavoro su sé stessi.
Questa narrazione gonfiata ha attirato due categorie di persone che hanno fatto danni enormi. La prima: i furbetti, quelli che hanno visto nel Coaching un mercato facile da sfruttare senza investire in formazione. La seconda, forse più pericolosa: i convinti. Quelli che credono davvero di essere coach dopo un fine settimana, che non sanno quello che non sanno e che per questo non si fanno domande.
Cosa distingue un coach professionista serio. Tre domande da fare.
Non esiste in Italia una graduatoria pubblica delle scuole di Coaching né un albo. Esistono però criteri oggettivi per orientarsi. Prima di ingaggiare un coach o scegliere una scuola di formazione, queste sono le domande che contano.
Quante ore di formazione ha un coach professionista serio?
Come si riconosce una certificazione di Coaching vera da una falsa?
A cosa serve l'iscrizione a un'associazione professionale di Coaching?
Il Coaching italiano ha bisogno di professionisti che alzino la voce.
Il silenzio dei professionisti seri è stato, in parte, complice della situazione attuale. È più comodo non fare rumore, non creare conflitti e non essere additati come quelli che attaccano i colleghi. Ma non parlare ha un costo. Ed è il costo che sta pagando l’intera categoria.
Il Coaching italiano può essere un settore serio. Ha le competenze, ha le metodologie e ha i professionisti per esserlo. Manca ancora della volontà collettiva di difendere quella serietà con la stessa energia con cui si difendono i fatturati.
Quando ci arriveremo, sarà un settore diverso. Migliore.
Angelo Bonacci
Fondatore Prometeo Coaching · Coach Professionista dal 1997




